Marco Santambrogio

L’avventurosa storia di un dottorato all’italiana

Se vi capita di incontrare un signore in treno che cerca di spiegarvi che lui ha inventato la macchina per il moto perpetuo o ha scoperto un errore nel teorema di incompletezza di Gödel, potete stare sicuri: state viaggiando con un matto. Mi par di ricordare che secondo il senatore Andreotti anche voler riformare le ferrovie italiane è un sintomo certo di pazzia. Qui vi dimostrerò che una persona sana di mente non può pensare di riformare l’università. Per farlo vi racconterò una storia vera.

Nel mio dipartimento – un dipartimento di filosofia – abbiamo deciso un certo giorno che avevamo bisogno di un ricercatore di filosofia teoretica. Abbiamo chiesto alla facoltà di bandire un concorso ed è partita la procedura consueta: il Rettore ha emanato un decreto, la Gazzetta Ufficiale lo ha pubblicato, il Ministero ha indetto le votazioni per formare una commissione. Tutto normale (o quasi: non si capisce bene perché un dipartimento dovrebbe far scegliere i propri ricercatori a dei colleghi sconosciuti. Se aveste bisogno di un’auto nuova, chiedereste ai vostri vicini di eleggere una commissione che la scelga per voi?)

Nel nostro dipartimento (di filosofia!) non siamo persone molto pratiche del mondo, neanche di quello accademico. Nella nostra ingenuità, ci siamo chiesti: perché non far sapere in giro che stiamo cercando un ricercatore di teoretica? Forse non tutti leggono abitualmente la Gazzetta Ufficiale. E già che ci siamo, visto che c’è la posta elettronica e non costa niente, perché non scrivere un annuncio in inglese, come quelli che spesso riceviamo dalle università straniere? Si parla tanto del rientro dei cervelli. Ma anche se rispondesse all’annuncio e si candidasse al concorso uno straniero, che male ci sarebbe? Il Presidente Mao diceva: “Non importa di che colore sia il gatto. Basta che prenda i topi”. Il nostro ricercatore dovrebbe essere bravo a far ricerca e a insegnare ai nostri studenti: importa che parli italiano, non che sia italiano. Del resto, quanti italiani insegnano nelle università straniere!

Detto fatto, ci siamo messi a scrivere una breve e-mail in inglese da far circolare. Subito abbiamo incontrato un piccolo problema: tradurre “filosofia teoretica” in inglese non è facile, per via di certe differenze culturali che non sto a dire. Non volevamo però inventarci noi una definizione e abbiamo pensato di cercare sul sito del MIUR una definizione ufficiale. L’abbiamo trovata, eccola: “Le competenze del settore elaborano le ragioni della ricerca filosofica attraverso il confronto critico con altre esperienze culturali e diverse discipline, in un rapporto con la propria tradizione e con le differenti tematiche filosofiche specialistiche. La ricerca del settore rende conto, da un lato, della differenza dell'esperienza filosofica, dall'altro si pone come interlocutrice di vari saperi, con l'obbiettivo di favorire l'approfondimento critico e l'interpretazione delle conoscenze, della filosofia, della comunicazione, dell'ermeneutica e delle religioni oltre i limiti degli specialismi, all'interno e all'esterno della filosofia”. Ah – ci siamo detti – forse è per questo che sono pochi gli stranieri che vengono in Italia a insegnare filosofia teoretica: non riescono a capire che cosa sia.

Abbiamo avuto qualche altra difficoltà. Al concorso di ricercatore, i concorrenti devono scrivere un breve saggio. Ci siamo chiesti: devono scriverlo obbligatoriamente in italiano? A fil di logica, si direbbe di no: devono saper parlare in italiano per insegnare, ma possono scrivere e pubblicare in qualsiasi lingua (meglio se è quella più diffusa nella comunità scientifica). Ma non si sa mai, potrebbe esserci un regolamento che vieta di scrivere in una lingua diversa dall’italiano. E potrebbe anche esserci un regolamento dell’Unione Europea che dice il contrario. Abbiamo quindi fatto scrivere dal nostro ufficio legale al Ministero, che dovrebbe saperlo e se non risolve questi problemi, che cosa ci sta a fare? Dopo tre mesi abbiamo smesso di attendere una risposta.

Anche la domanda di partecipazione al concorso ci ha dato dei grattacapi. Provatevi voi a tradurre l’elenco dei documenti richiesti: “a) fotocopia del codice fiscale; b) copia fotostatica non autenticata di un documento di identità; c) curriculum debitamente firmato, in duplice copia, della propria attività scientifica e didattica; d) documenti e titoli, in originale o copia autenticata, ritenuti utili ai fini della valutazione comparativa; e) elenco firmato, in duplice copia, dei documenti e titoli prodotti; f) pubblicazioni in originale o copia autenticata, nella limitazione eventualmente prevista dal bando. L’inosservanza di tale limite comporta l’esclusione del candidato dalla procedura; g) elenco firmato, in duplice copia, delle pubblicazioni presentate”. E se riuscite a tradurre l’elenco – attenzione all’autenticazione, ai commi (b), (d) e (f) ! – provatevi a spiegarne il senso a uno straniero, che è abituato a partecipare ai concorsi accademici con una lettera e un CV. Ma in qualche modo ce la siamo cavata e ci siamo consolati pensando che della burocrazia si lamentano tutti, anche gli stranieri.

Il difficile è venuto quando il nostro avviso ha cominciato a circolare e lo hanno ricevuto anche i filosofi di altre università. Nel nostro candore, pensavamo solo di dar seguito al principio che vuole che i concorsi siano pubblici e ci siamo rimasti male quando un amico, strizzandoci l’occhio, ci ha chiesto “In confidenza, che cosa c’è sotto?”. Sotto non c’era proprio niente ma l’amico non ci ha creduto. Un altro – una bravissima persona che ha studiato in America con un famoso professore indiano – ci ha scritto: “Perché mai andate a cercare gente all’estero quando abbiamo in patria tanti ottimi studiosi?”. Allora non era ancora cominciata la battaglia per l’italianità delle banche e siamo rimasti a bocca aperta. Altri ancora ci hanno guardato con compatimento e ci hanno fatto capire che delle più elementari regole della vita accademica noi non sappiamo neanche l’ABC.

Quello che per fortuna non eravamo tenuti a spiegare ai concorrenti stranieri al posto di ricercatore erano alcuni aspetti della procedura concorsuale. Per formare una commissione giudicatrice bisogna fare una votazione. E’ prassi normale – abbiamo scoperto – che i concorrenti stessi facciano campagna elettorale: si danno da fare cioè per far votare un docente a loro favorevole. Naturalmente è del tutto legale: dove c’è un’elezione, c’è una campagna elettorale e perché non dovrebbero farla gli interessati? Ma se foste stati al nostro posto, l’avreste detto ai concorrenti stranieri? E gli avreste spiegato che è difficile trovare chi voglia entrare a far parte di una commissione per un posto di ricercatore, che è composta da un professore di prima fascia, da uno di seconda e da un ricercatore, perché il secondo e il terzo temono di compromettere la propria carriera assegnando il posto a un candidato che non piace ai propri ordinari “di riferimento” (per usare un’espressione introdotta da Bruno Vespa anni fa)? E anche quelli di prima fascia, che pure non avrebbero ormai niente da temere, hanno obblighi di gratitudine se sono di fresca nomina. La nostra conoscenza delle lingue è scadente e non ce la siamo sentita di spiegare tutto ciò in inglese o in altra lingua ai candidati stranieri.

Comunque, dopo circa un paio d’anni da quando il dipartimento aveva manifestato il bisogno di un ricercatore di teoretica, il concorso si è concluso felicemente ed è risultato vincitore uno straniero. A lavori conclusi, la commissione gli ha spedito un e-mail per dirgli in confidenza che aveva vinto. Lui è stato molto contento e ha detto: “Vengo subito!”. Piano, non così in fretta. Prima deve attendere una comunicazione ufficiale. “Beh – ha detto lui – vengo almeno a conoscere il dipartimento”. Recentemente un mio amico che è stato assunto a Harvard mi ha raccontato che la settimana in cui ha accettato l’offerta della facoltà (lì hanno procedure un po’ diverse dalle nostre) i suoi colleghi si sono riuniti e gli hanno offerto un party per festeggiarlo, conoscerlo e fare amicizia. Noi siamo più austeri. La comunicazione ufficiale tarderà due o tre mesi ma da noi non si usa, né prima né dopo, festeggiare, in nessuna università. Normalmente i membri di un dipartimento, appena possono, evitano di incontrarsi. Perbacco, insegnare è un dovere, non un piacere. Il vincitore allora se ne è andato in America, perché aveva delle ricerche da fare. Gli abbiamo detto che corre qualche rischio: la comunicazione ufficiale, quando arriverà, arriverà all’improvviso e per posta ordinaria perché le regole non prevedono altra forma di comunicazione. Dalla data di spedizione lui avrà trenta giorni di tempo per presentarsi e se tarda anche di un solo giorno, decade e il dipartimento dovrà bandire un altro concorso. Naturalmente qualcuno di noi cercherà di rimediare al rigore insensato delle regole e gli darà una mano, perché è solo così che gli italiani riescono a vivere una vita normale: lottando contro regole insensate. Ma sarà difficile farglielo capire, perché lui crede che le regole che ci siamo liberamente dati rappresentino la nostra volontà e ne concluderà che a noi importa poco della sua sollecitudine e del suo entusiasmo. Capirà che il modo in cui svolgerà il suo lavoro non conta, mentre conta moltissimo che documenti e titoli siano meticolosamente autenticati. E del resto è proprio quello che pensiamo anche noi, in fondo.

La storia è finita. Ho dimostrato, come avevo annunciato, che pensare di riformare l’università è una follia? “Neanche per sogno – mi obietterete – Hai dimostrato proprio il contrario, perché evidentemente è possibile anche da noi fare un concorso universitario come in qualunque altro paese. Al massimo, si tratta di cambiare alcune regole insensate”.

Temo che non mi abbiate capito. Non volevo affatto dimostrare che sia difficile o addirittura impossibile fare concorsi equi, aperti, normali. Tutt’al contrario: volevo dimostrare che nonostante tutto è possibile e anzi abbastanza facile. Se l’abbiamo fatto noi, qualunque altro dipartimento potrebbe farlo, se solo lo volesse. Ma non lo si fa. Nella Terza Olintiaca, Demostene fa un’osservazione acuta: “… un decreto non vale nulla se non vi si aggiunga la volontà di eseguire con zelo ciò che è stato decretato [perché] se i decreti potessero o costringere voi a fare ciò che va fatto o addirittura attuare essi stessi le cose che decretano, voi, dopo aver votato tanti decreti, non vi trovereste ad aver concluso così poco o, per meglio dire, nulla …”. Se Demostene ha ragione, dobbiamo concludere che praticamente nessuno di coloro che lavorano nell’università, docenti e studenti, ha la volontà di cui parla Demostene, di “eseguire con zelo ciò che è stato decretato”. Ma è impossibile riformare una qualsiasi istituzione senza, o addirittura contro, la volontà di tutti coloro che ci lavorano. Adesso la dimostrazione è conclusa.

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